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Ho
incontrato Julia un giorno di marzo di alcuni anni fa. Era il
mio compleanno e io non stavo bene. E Julia era solo una nuova
persona sulla mia strada. Andammo tutti nel bosco, quella
mattina, a raccogliere pezzi di natura, e forse della nostre
vite. L’arte, nelle sue infinite forme, inizia sempre così,
raccogliendo pezzi del mondo e costruendo nostre
rappresentazioni. Ora che sono passati alcuni anni, vedo che
Julia continua a raccogliere, non solo nel bosco, frammenti di
poesia e di invenzione che appartengono indifferentemente alla
natura e alla cultura, insegnando ai bambini (e ai loro genitori
o parenti) durante i suoi laboratori-di-tutto,
che natura e cultura sono inestricabilmente legati, nel percorso
della vita.
I
laboratori sono come le tappe di un viaggio, dove si riprende
fiato, si osserva e accoglie il nuovo, trovato strada facendo. I
laboratori sono luoghi e tempi di vita, accoccolati attorno a
un’idea che fiorisce tra un materiale e un ritaglio. Li
cerchiamo per respirare una dimensione di gioco, come parchi
dove è permesso cercare nella cultara l’evocazione della
natura, la maternità delle idee, la stilizzazione dei nostri
piccoli o grandi dolori. Nei percorsi di gioco, nei laboratori,
nei parchi, il bambino che culliamo in segreto nel cuore ci
torna a parlare, mentre un tondino di legno attende di perdere
l’anonimato.
Ecco
l’invenzione: trovare nuovi nomi (e diverse fantasie) per le
cose di sempre.
Cristina
Fedrigo 2007
Julia
Artico nasce in Svizzera nel 1963 e vive i suoi primi anni in
una grande città del Nordest. Risiederà in seguito a Tarcento,
una località pedemontana del Medio Friuli. In un contesto di
degrado suburbano e di forte cementificazione, matura le sue
prime impressioni e gli abbozzi delle idee che confluiranno poi
nella sua opera. Il seguente trasferimento nelle bucoliche
ambientazioni del Friuli dell’epoca (Collerumiz di Tarcento
era conosciuto per la presenza di risorgive e per l’ intatto
scenario naturalistico) influisce notevolmente sulle suggestioni
del lavoro successivo; J.A., attraverso suppellettili e
materiali di scarto rinvenuti presso una discarica, crea i primi
oggetti della sua ricerca, quali giochi per l’ infanzia e
paralumi. Le folte aree boschive la inducono inoltre, in età
ancora puerile, a scavare nei recessi del bosco e nei depositi
dismessi, quasi a voler cercare delle fonti d’arte e di
vitalità in ciò che comunemente si rifiuta, si ritiene
marginale. I temi del suo lavoro, infatti, saranno in seguito
connessi ad un panismo intaccato appena dalla presenza di
lamiere arrugginite, di ferro e di cartoni al macero, a
stabilire un continuum con la natura stessa che per definizione
plasma e modifica. I piccoli contrasti con la madre, la quale
mal accetta una creatività ritenuta all’epoca deviante,
portano in seguito J.A. a sfruttare, come nuovi materiali in un
mutato contesto, risorse quali lana, tendaggi e filati per
tessere maglie e trame che precorreranno gli attuali patchworks.
Tuttavia J.A. sostiene di non aver mai smesso di ascoltare il
bosco che, a tuttoggi, le fornisce tanto la materia prima per la
sua opera quanto un amore incondizionato – il genere d’amore
che infonde serenità dopo anni di travaglio e di introspezione;
la sua produzione di sculture, di oggetti decorativi, di
allestimenti fieristici ed i suoi laboratori per l’ infanzia e
per gli adulti, ideati e realizzati interamente coi materiali
succitati, testimoniano pienamente la sua volontà: fare da
tramite tra un mondo virente e fabulistico e l’immaginario
collettivo, teorizzare un vivido compenetrarsi della luce del
ricordo nelle asperità del presente. Una buona cura per
chiunque nutra il desiderio d’ incontrarla e di recepire il
suo primario messaggio.
Bruno
Clocchiatti
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